SSD, RASD, non profit e for profit: facciamo chiarezza

SSD, RASD, non profit e for profit: facciamo chiarezza

Negli ultimi mesi il confronto tra palestre commerciali, società sportive dilettantistiche SSD e mondo dello sport “non profit” ha assunto toni sempre più aspri. Da più parti si tende a presentare l’iscrizione al RASD o la forma della società sportiva dilettantistica come strumenti pensati, di per sé, per eludere le regole o mascherare distribuzioni di utili.

Sul piano tecnico, è una rappresentazione che non regge.

L’assenza dello scopo di lucro: il principio comune

Il principio comune all’intero comparto è l’assenza dello scopo di lucro. Per gli enti del Terzo settore il riferimento è l’art. 5 del D. Lgs. 117/2017, che àncora le attività di interesse generale al perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale; per le imprese sociali vale il D. Lgs. 112/2017; nello sport dilettantistico opera il D. Lgs. 36/2021. Il RASD, istituito dal D. Lgs. 39/2021 presso il Dipartimento per lo Sport, certifica la natura dilettantistica dell’attività svolta, che deve restare coerente con quanto l’ente realizza in concreto.

Ne discende un punto che il dibattito pubblico tende a trascurare. I regimi fiscali agevolati riconoscono una funzione diversa e un vincolo giuridico preciso: il divieto di distribuire utili, in forma diretta o indiretta. Non sono quindi un privilegio. Per la stessa ragione, evocare la “concorrenza sleale” risulta tecnicamente improprio quando ci si limita a constatare che il Legislatore ha previsto regole diverse per soggetti con finalità diverse.

Sport, profit e non profit: il discrimine è nel rispetto delle regole

Questo non equivale a negare le irregolarità. Chi utilizza una SSD per svolgere, nella sostanza, attività profit mascherata viola le regole e va segnalato agli organi competenti; ma il singolo caso distorto non legittima l’accusa rivolta a un intero settore.

La coerenza tra natura giuridica e condotta, del resto, investe anche il modo in cui un ente non profit comunica e promuove le proprie attività: un linguaggio orientato a “fare cassa” è spesso il primo segnale di incoerenza che le verifiche colgono.

La distinzione, allora, non corre tra una palestra e l’altra, ma tra chi rispetta le regole del modello che ha scelto e chi no. Una questione tanto più seria oggi, mentre l’attività fisica acquista rilevanza crescente per la salute della persona.

Ho raccolto l’analisi completa, con i riferimenti normativi e i profili applicativi, in una nota tecnica dedicata. Chi desiderasse approfondire può scaricarla QUI.


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